INTERVISTA: SINERGIA CREATIVA!
L’art director Andrea Basile dello studio creativo BasileADV, ha coordinato il progetto identitario per l’Acquavite di vinnaccia IRPO che abbiamo analizzato nella rubrica “Etichetta vincente“. Il lavoro è stato il frutto della somma di tante realtà e competenze differenti, che han saputo districarsi anche di fronte a qualche inconveniente tecnico, con una soluzione cartotecnica che ci descrive lo studio stesso.
LD: Ciao Andrea, potresti introdurci lo Studio creativo BasileADV?
Andrea: BasileADV è uno studio creativo impegnato a fornire soluzioni di comunicazione visiva di alta qualità, che rispondono ai gusti e alla personalità di ogni cliente, collaboriamo ormai da anni con lo studio Resistenza di Valencia composto da Giuseppe Salerno & Paco González professionisti del Type design e aiutiamo le aziende a stare orgogliosamente fuori dai confini della concorrenza, offrendo loro una presenza duratura sul mercato con una reale integrità d’immagine. Siamo specializzati nella progettazione di Branding e Packaging con un unico obiettivo, quello di diffondere bellezza ovunque, anche partendo da un prodotto.
LD: Dove nasce il vostro interesse per il Graphic Design?
Andrea: Il mio interesse per la grafica nasce dall’arte, con un nonno ebanista e un papà restauratore; sono stato sempre circondato da oggetti di un certo interesse, ma le stampe sono state sempre la mia passione, ricordo quando da piccolo accompagnavo mio padre dagli antiquari e restavo incantato dalle decorazioni dei manifesti, dalle confezioni in latta dei primi del ‘900, le memorizzavo e cercavo di riprodurle. Poi ho avuto modo di appassionarmi a tutto quello che richiede un progetto, quindi così sono partito dallo studio all’Istituto d’Arte e così ho deciso di continuare a espandere e a far crescere le mie competenze in ambito grafico ormai da oltre 20 anni. Voglio spingermi sempre oltre, mi piace inventare, portare avanti un insieme di elementi per raggiungere un risultato finale con un mix di creatività mescolando alla perfezione con fotografia, illustrazione e calligrafia, creando esperienze in cui l’artigianalità, la freschezza e l’intuizione fanno da padrone. Ho la passione per tutto ciò che è bello e inatteso e un’avversione profonda per il già visto e la banalità, proprio questo mi porta ad approfondire ancora di più il mio interesse verso la grafica.
Giuseppe: Sentii parlare per la prima volta di Grafica, quando mi ritrovai in mano un flyer dell’Istituto Albe Steiner di Torino. Un impaginato che rompeva le regole, mi ricordo che era un rombo e che per leggerlo dovevi ruotarlo a 360º. Facevo la seconda media, l’interesse per l’arte era elevatissimo ma ancora non si parla di grafica nel mio ambiente. Così fu una scoperta che mi portò a conoscere appunto il milanese Albe Steiner e Munari. Mi ricordo che durante la prima settimana di classe ci fecero disegnare il carattere Oscar di Aldo Novarese (il mio grande ispiratore) con dei letraset, da lì capii che l’interesse si era trasformato in pura passione, fatta di illustrazione, colori, fotografia e caratteri tipografici.
LD: Cosa vuol dire progettare un’etichetta?
Andrea: Innanzitutto mi viene da dire che ogni progetto è come se fosse nostro e quindi cerchiamo di curare tutto nei dettagli confrontandoci con il cliente, in modo che un’immagine possa raccontare quanto ogni brand sia unico. Progettare un’etichetta rappresenta la massima espressione di una filosofia culturale rivolta ad un mercato globale, dove la riconoscibilità di un’azienda e di un prodotto sono sempre più legati alla storia che l’etichetta è capace di raccontare. Bisogna sapere bene cosa esiste sul mercato, conoscere i prodotti in rapporto ai territori e i loro codici visivi, senza tralasciare la scelta delle carte che si evolvono sempre più e non tutte si stampano nello stesso modo. Inoltre mi viene da sottolineare che non seguiamo le tendenze perché un’etichetta che si realizza oggi deve essere attuale oggi, ma anche fra dieci anni.
Giuseppe: Progettare è raccontare e scolpire, narrare una storia e modellarla pian piano. Nell’etichetta di un vino ci sono tante storie da raccontare, per esempio la storia di un luogo, la vita dei distillatori, i sapori della regione, anche la gente del luogo con le sue esperienze e maestria. Ma nel concreto vuol dire saper scegliere la carta, i caratteri e colori giusti, anche saper calcolare le dimensioni, le chiusure, l’applicazione e le nobilitazioni di stampa.
LD: Abbiamo parlato dell’articolato progetto per la “Distilleria Antonellis”, puoi raccontarci qualcosa di più?
Quando si lavora con passione si è abituati ad affrontare delle sfide, e questo progetto è stata una grande avventura, chissà più nella realizzazione finale dell’etichetta, sincronizzarsi con la tipografia, confrontarsi con le cartiere per far nascere un lavoro con cura ed attenzione ai dettagli. La parte più complessa è stata come far aprire e chiudere la nostra finestra romboidale dell’etichetta. L’idea iniziale era quella di inserire un tipo di materiale, ma ci siamo accorti che non era la soluzione giusta e quindi, si vive un momento di ansia, che fortunatamente si è risolto utilizzando la colla giusta per far aprire e richiudere infinite volte. Non era quella che avevamo disegnato ma abbiamo abbracciato questa idea e ci è sembrata più pratica.
LD: Il progetto ha visto la collaborazione di tante realtà con competenze diverse, quanto è stato complesso coordinare queste risorse e il lavoro nel suo insieme?
In qualsiasi progetto, complesso o basic esso sia, è necessario seguire alcuni step essenziali, abbiamo dovuto ottimizzare la gestione del tempo, coordinare le risorse interne ed esterne al progetto, gestire ogni dettaglio con accuratezza e cosa più difficile adattarsi ai cambiamenti, soprattutto quelli improvvisi e posso garantire che non ce ne sono stati pochi. Quindi non è stato facilissimo ma è stato fatto con veri professionisti tutti allineati in quanto a volontà e impegno. Un progetto estremamente interessante che ci ha proiettati in avanti nel futuro delle professioni creative, passando dalla figura solitaria del genio creativo alla sinergia esperienziale del networking.
LD: Cosa ne pensate dell’attuale scena della grafica italiana?
Andrea: Sai, io penso che non ci sia più questa grande divisione di scuole di design come una volta, ora con la tecnologia ognuno vede quotidianamente quello che fanno gli altri a livello internazionale, ne viene influenzato, anche inconsciamente.
Giuseppe: Trovo difficoltà a parlare della scena della attuale, chissà forse perché vedo una natura più globale della grafica. Vedo che in Italia l’uso della calligrafia e del lettering sta prendendo piede, ma anche l’illustrazione e questo ci rende molto orgogliosi.